LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

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Message  Javier Mer 11 Mar 2020, 10:52 am

LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

Lettera di un cattolico sulla riforma liturgica
con prefazione del Card. ANTONIO BACCI



"partiti sunt vestimenta mea sibi et in vestem meam miserunt sortem" (Jo. 19,24)


PREFAZIONE DEL CARD. ANTONIO BACCI


Città del Vaticano, 23 febbraio 1967


Sono stato invitato a fare una breve presentazione di questo volumetto di Tito Casini. Non posso né voglio rifiutarmi, anzi lo faccio volentieri, pur con alcune riserve, sia perché conosco Tito Casini fin dalla prima fanciullezza e lo apprezzo come uno dei primi scrittori cattolici d'Italia per quel suo stile fre-sco, caustico e sincero, che mi ricorda l'aria pura e montanina della sua e mia Firenzuola, sia perché egli è un cristiano tutto di un pezzo e può ripetere quello che diceva di sé un antico scrittore sacro: «Christianus mihi nomen, catholicus cognomen»; sia infine perché se questo suo scritto può sembrare ad alcuni poco riverente, tutti però dovranno riconoscere che è dettato soltanto da un ardente amore verso la Chiesa ed il suo decoro liturgico.


In ogni modo si può e si deve affermare che quanto egli scrive in questo volumetto non è mai contro ciò che ha stabilito nella sua Costituzione Liturgica il Concilio Vaticano II, ma piuttosto contro l'applicazione pratica che della detta Costituzione Liturgica alcuni smaniosi ed esagerati innovatori vorrebbero fare ad ogni costo. E non parliamo di quello che, su questo piano sdrucciolevole, stanno facendo alcuni con le cosiddette cene Eucaristiche, con le messe-beat, con le messe yè-yè, con le messe dei capelloni, e «simili lordure».


Lo faccio volentieri, ho detto, perché penso che queste pagine, che ricordano quelle ancora più focose, ardite e spregiudicate di S. Caterina da Siena, potranno raddrizzare qualche idea e fare del bene.


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Message  Javier Sam 14 Mar 2020, 10:24 am

Confido pertanto che gli interessati vorranno perdonare generosamente all'Autore certe frasi che potranno sembrar loro poco riguardose, riflettendo che esse sono state vergate non per offendere, ma solo perché il cuore era esacerbato da certe innovazioni, che sembrano e sono vere profanazioni.

Del resto c'è sempre da imparare per tutti; anche dalla voce dei laici, specialmente di quei laici, che sono, come Tito Casini, dei perfetti cattolici.

E qui non posso fare a meno di ricordare che è stata costituita una Federazione Internazionale per la salvaguardia del latino e del canto gregoriano nella liturgia cattolica, Federazione che annovera innumerevoli persone di ogni ceto di undici Nazioni, e che ha sede in Svizzera, a Zurigo. Essa pubblica una rivista che con frase latina si intitola «Una Voce», frase latina che per noi può essere anche italiana, perché la nostra lingua nazionale, come è stato detto, è quasi un dialetto latino; ed il latino della liturgia, erede del «sermo rusticus» parlato dal popolo, può essere inteso facilmente, almeno in gran parte, meglio anzi di certe traduzioni barbare, per le quali tradurre è lo stesso che tradire.


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Message  Javier Mer 18 Mar 2020, 9:43 am

Nel numero di gennaio di quest'anno la detta rivista asserisce che «sente il dovere di denunciare certe situazioni di fatto, che assolutamente non corrispondono al rinnovamento auspicato dal Concilio». La detta Costituzione Conciliare (art. 36, 1) ha stabilito come principio generale la conservazione del latino nei sacri riti, pur concedendo che si possa nelle lezioni ed in certe determinate parti della Messa usare il volgare, se ciò si ritiene utile ad una migliore intelligenza da parte del popolo. Ma l'uso totale ed esclusivo del volgare, come si fa in molte parti d'Italia, non solo è contro il Concilio, ma causa anche un'intensa sofferenza spirituale per molta parte del popolo.


Penso quindi che la supplica inviata alla Conferenza Episcopale dalla sezione italiana della detta Associazione Internazionale per la salvaguardia della lingua latina e della musica sacra nella liturgia cattolica, meriti essere presa in attenta e favorevole considerazione, affinché non avvenga che mentre si celebra in un pessimo italiano la Messa, e gli altri sacri riti in lingua volgare, ed anche in esperanto, il Latino - lingua ufficiale della Chiesa - sia poi bandito totalmente dai sacri riti come un cane lebbroso.


Sembra perciò opportuno che, almeno nelle Chiese Cattedrali, nei Santuari, nei centri turistici e dovunque vi è sufficiente numero di clero si celebrino almeno alcune Messe in latino, ad ore stabilite, per rispondere al giusto desiderio di coloro - stranieri ed italiani - che preferiscono il latino al volgare ed il canto gregoriano a certe canzonette volgarucce che oggi tentano di sostituirlo, certo con poco decoro del culto cattolico.


+ Antonio Card. Bacci.


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Message  Javier Jeu 26 Mar 2020, 10:25 am

PREMESSA


Questa «lettera», scritta con una penna così diversa - come parrà forse ai lettori di tante altre mie pagine - dalla mia abituate, è rimasta per lungo tempo nel mio cassetto, esitando e sperando. Esitando, dico, a motivo della sua audacia, esperando, da parte altrui, in una resipiscenza, un ritorno a miglior consiglio, che mi avrebbe fatto distruggere, come cosa superflua ormai e con la più grata gioia, ciò che con tanta amarezza avevo composto.

Si tratta della Liturgia, attaccata - nelle sue forme, nella sua lingua, nella sua voce - da un gruppo d'«innovatori», o «progressisti», vecchi e arretrati come il vescovo Scipione Ricci e il suo granduca Leopoldo; e i lettori che mi conoscono per quelle altre mie pagine, per l'amore con cui ho tentato di celebrare la bellezza della «Sposa di Dio», non han ragione di stupirsi che in sua difesa io abbia cambiato la penna in spada. Fortis est ut mors dilectio, dura sicut in-fernus aemulatio.


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Message  Javier Sam 04 Avr 2020, 9:17 am

Queste pagine erano già in mano al linotipista la scorsa estate, e furono, da me tuttora esitante, ritirate, nella speranza che ho detto, quando leggemmo, tripudiando, la lettera apostolica del Santo Padre (*Montini), Sacrificium laudis, che respingeva con tanta forza e tanta suasività di argomenti le pretese e le intraprese del modernismo nei riguardi delle lodi divine: «Siamo venuti a conoscenza che (...) nell'uffizio di Coro si vanno richiedendo le lingue volgari e si vuole ancora che il canto, cosiddetto gregoriano, si possa qua e là sostituire con le cantilene oggi alla moda; addirittura da alcuni si reclama che la stessa lingua latina sia abolita. Dobbiamo confessare che richieste di tal genere Ci hanno gravemente turbato e non poco rattristato; e sorge il problema donde mai sia nata e perché mai si sia diffusa questa mentalità e questa insofferenza prima sconosciuta...»


Richiamate, in proposito, le norme della Costituzione liturgica, a tale mentalità chiaramente avverse, il Papa (*Montini) riprende: «Né si tratta solamente della conservazione della lingua latina - lingua che, lungi dall'essere tenuta in poco onore, è certamente degna di essere vivamente difesa, essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e ricchissimo tesoro di pietà - ma si tratta anche di conservare intatti il decoro, la bellezza e l'originario vigore di tali preghiere e di tali canti (...) Desta dunque meraviglia il fatto che, scossa da improvviso turbamento, quella maniera di pregare sembri ad alcuni ormai intollerabile...» E, confutata un'inconsistente obbiezione circa il latino, così prosegue, con un'immagine tanto bella quanto espressiva: «Il Coro a cui si togliesse quel linguaggio, che supera il confine di ogni singola Nazione e che si fa valere per la sua mirabile forza spirituale, il Coro a cui si togliesse quella melodia che sale dal più profondo dell'animo - il canto gregoriano, vogliamo dire - sarebbe simile ad un cero spento, che più non illumina, più non attira a sé gli occhi e la mente degli uomini...» L'accoratezza non toglie ma aggiunge vigore al rifiuto, con cui la Lettera si conclude, di accordare, con l'abbandono del latino e del gregoriano, «ciò che potrebbe (...) sicuramente indebolire e intristire la Chiesa tutta di Dio».


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Message  Javier Jeu 09 Avr 2020, 9:28 am

C'era veramente, per noi, di che godere e sperare, e ne godemmo e sperammo come s'è detto; ma per poco, per non più di quindici giorni, quanti ne corsero a malapena tra la Lettera del Santo Padre (15 agosto) e la successiva «Settimana liturgica» (29 agosto-2 settembre), che rilanciava, ampliandone il campo, il volgare e le «cantilene», con un programma avente tra gli altri questi punti: «Preparazione di una traduzione dei Salmi, che abbia carattere di ufficialità, e che serva per i Vespri e le ufficiature... Revisione e adattamento in lingua nazionale dei riti della benedizione eucaristica» [ne abbiamo sentito un saggio: «Tanto grande Sacramento veneriamo proni»]. «Preparazione di una traduzione del Graduale simplex e delle melodie per i testi in italiano. Traduzione, che divenga ufficiale, delle preghiere comuni usate in tutta la nazione: esempio, Angelus Domini, Litanie Lauretane» et caetera et caetera: tutte cose, come ognun vede, che stanno alla Lettera del Santo Padre come il no al sì; e fu allora che queste pagine tornarono in tipografia... dove pur rimasero ferme, sempre esitando e sperando, fino a che, nell'autunno scorso, si tentarono con un nuovo assalto distruzioni ancor più vandaliche, che il Papa fermò con la sua grande allocuzione del 13 ottobre ricordando ai membri del Consilium «il senso del sacro che incute riverenza per tali cerimonie che la Chiesa adibì al culto divino; il rispetto della tradizione, dalla quale è data a Noi un'eredità preziosa e venerata», e condannando «la furia iconoclasta, festinatione quasi iconoclastarum propria, che tutto vorrebbe riformare e cambiare...»


Sappiamo che l'assalto continua, ed è così che ogni esitazione è cessata: è così che, valendoci della «libertà, anzi dovere» riconosciuti e inculcati ai laici dal Concilio, seppur negati dal Consilium, di dir la loro «su ciò che concerne il bene della Chiesa» (Costituzione De Ecclesia), diamo finalmente il via a queste pagine.


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